Chile’s September 11 remembered


This video is about Pinochet’s crimes in Chile.

From British daily The Morning Star:

Chile‘s September 11

(Tuesday 09 September 2008)

EVENT: An evening of Poetry and Song

JOHN GREEN recommends an evening of poetry and music to remember a fateful day in the history of south America.

In 1970, Salvador Allende became the first democratically elected Marxist head of state in the history of Latin America despite the opposition of the US government.

It was 35 years ago that Pinochet, spurred on by the US, toppled Allende’s Popular Unity government in Chile. Tanks rumbled through the streets, terrified civilians were lined up before firing squads at the National Stadium, the elected president was dead.

There were mass arrests – US intelligence put the number at 13,500 – as well as summary executions, torture and “disappearances.”

The coup smashed the hopes of many around the world for social justice and reform in Latin America. It also signalled an eclipse of hope over the whole continent, with military coups in many other countries too.

Yet the events were celebrated at Richard Nixon’s White House. A culmination of three years of covert operations, propaganda and economic sabotage had won the day.

Newly declassified US government records reveal Washington’s role. The documents describe how an angry Nixon demanded a coup, if necessary, to block the inauguration of Salvador Allende following his victory in the 1970 Chilean elections.

The documents also detail what his administration did to make the Chilean economy “scream” and spread “black” propaganda before, finally, goading the Chilean army into the 1973 coup.

Pinochet held power for the next 17 years, relinquishing control in 1990 only after arranging immunity for himself and his top generals.

US secretary of state Henry Kissinger went to great lengths to distance himself from the coup, both in testimony to Congress and in his memoirs. He directed covert funds into Chilean congressional campaigns.

CIA agents stayed close to disgruntled Chilean military officers and planted false propaganda, suggesting that the Chilean left planned to take control of the armed forces. They also poured 1.5 million dollars into Chile’s leading newspaper El Mercurio.

But the CIA covert operation was only one leg of what US officials called “a triad” of actions toward Chile. A second leg was “correct but cool” diplomatic pressure and a third leg was the “invisible blockade” of loans and credits to Chile.

The Nixon administration moved quickly and quietly to shut down multilateral and bilateral foreign aid to Chile. At the World Bank, US officials worked behind the scenes to get Chile disqualified for a pending 21 million-dollar livestock improvement credit, as well as future loans.

The mix of economic sabotage, political propaganda and army prodding worked. Allende found himself confronted by growing disorder and soaring inflation. At every turn, his policies encountered well-funded adversaries.

On September 11 1973, amid the mounting chaos, Chile’s military struck.

Three weeks after the coup, the Nixon administration authorised $24 million in commodity credits to buy wheat – credits that had been denied to Allende.

The US provided a second $24 million in commodity credits to Chile for feed corn and planned to transfer two destroyers to the Chilean navy.

Since the election of President Hugo Chavez in Venezuela, those hopes dashed in 1973 have been rekindled and we are now seeing a wave of progressive governments sweeping this crucified continent at long last.

The Venezuela Information Centre and the Venezuelan embassy have decided to mark this day with a commemorative and celebratory event – an evening of poetry and music. Harold Pinter will be making one of his rare public appearances to read some new poems.

Together with Pinter will be other well-known poets from around the country as well as two from Chile and Luis Arria from Venezuela. Chilean groups Quimantu and Amigo Artista will be playing alongside blues singer Joe Wilkes and folk singer Andy Smythe as well as RubenH and Landing Sky with their Latin beat.

Other poets appearing include Dinah Livingstone, Chris Searle, Alexis Lykiard, Ian Duhig, Bill Herbert, Andy Croft, Paul Summers, Carlos Reyes-Manzo, Eduardo Embri and Luis Delgado Arria.

The event takes place at the Venezuelan embassy’s cultural centre Bolivar Hall in Grafton Way, London WC1, at 7pm on Thursday. Tickets cost £10/£8 concessions on the door. Includes a free glass of wine.

5 thoughts on “Chile’s September 11 remembered

  1. L’ex presidente di Cuba e leader della rivoluzione cubana narra con
    dettagli l’ultimo giorno di Allende nel libro “Grandes Alamedas: Il
    combattimento del presidente Allende”, di Jorge Timossi, edito
    all’Avana nel 1974.
    Il leader della rivoluzione cubana, Fidel Castro, rivive, in una
    testimonianza edita nel 1974, l’ultimo combattimento del presidente
    Salvador Allende prima che fosse vittima del golpe fascista che
    distrusse il suo governo democratico ed impose la dittatura in Cile.
    Nel testo, che forma parte del libro “Grandes Alamedas: Il
    combattimento del presidente Allende”, di Jorge Timossi, Fidel
    realizza un emotivo racconto di quello che fu l’ultimo giorno del
    primo presidente socialista del Cile.
    Il leader cubano, che fu stretto amico di Allende, riflette, passo a
    passo, come l’ex mandatario cileno vive il tradimento dei militari, ma
    allo stesso tempo lottano con lui un gruppo di civili, carabinieri e
    poliziotti democratici, che protessero con la loro vita l’eroico gesto
    di un presidente che preferì immolarsi anziché arrendersi e consegnare
    a dei criminali il potere ricevuto, con mandato sovrano, dal popolo.
    A continuazione il testo integro.
    Testimonianza di Fidel Castro

    Ci riferiremo essenzialmente all’aspetto di combattente e di soldato
    della rivoluzione del presidente Allende il 11 di settembre.
    Alle 6 e 20 della mattina di quel giorno, il presidente ricevette,
    nella sua residenza di Tomás Moro, una chiamata telefonica che lo
    informava del colpo di stato in corso. Immediatamente mette in stato
    d’allerta gli uomini della sua guardia personale e prende la ferma
    decisione di trasferirsi al Palazzo de La Moneda, per difendere, dal
    suo posto di presidente della repubblica, il governo d’Unità Popolare.
    Lo accompagnava una scorta di 23 uomini, armata con 23 fucili
    automatici, due mitragliatrici calibro 30 e 3 bazooka, che si
    trasferisce con il presidente, in quattro automobili ed un camioncino,
    al Palazzo Presidenziale, dove arrivano alle 7 e 30 della mattina.
    Il presidente, portando il suo fucile automatico e accompagnato dalla
    scorta, entrò dall’ingresso principale de La Moneda. A quella ora la
    protezione abituale dei carabinieri era normale nel palazzo.
    Già all’interno si riunisce con gli uomini che lo accompagnavano,
    informandoli della gravità della situazione e della sua decisione di
    combattere fino alla morte, in difesa del governo costituzionale,
    legittimo e popolare del Cile di fronte al golpe fascista. Analizza
    gli effettivi disponibili e dà le prime istruzioni per la difesa del
    Palazzo.
    Sette membri del Corpo d’Investigazione arrivano per sommarsi ai
    difensori. I carabinieri, frattanto, si mantenevano nelle loro
    posizioni ed alcuni adottavano misure per la difesa dell’edificio. Un
    piccolo gruppo della scorta personale proteggeva l’entrata
    dell’ufficio presidenziale, con l’istruzione di non lasciare passare
    nessun militare armato, per evitare un tradimento.
    Nello spazio di un’ora si dirige, attraverso la radio, tre volte al
    popolo, esprimendo la sua volontà di resistere.
    Passate le 8 e 15, attraverso i citofoni del Palazzo, la giunta
    fascista intima al presidente la resa e la rinunzia dal suo carico,
    offrendogli un aereo per abbandonare il paese in compagnia dei
    familiari ed i suoi collaboratori. Il presidente risponde che “come
    generali traditori non conoscono gli uomini d’onore” e respinge
    indignato l’ultimatum.
    Il presidente sostiene, nel suo ufficio, una breve riunione con vari
    alti ufficiali del Corpo dei Carabinieri che erano accorsi al Palazzo
    e che, codardamente, in quel frangente, rifiutano di difendere il
    governo. Il presidente li rimprovera duramente e li congeda con
    disprezzo, intimandoli ad abbandonare immediatamente il luogo. Mentre
    si svolgeva la riunione con i capi dei Carabinieri, arrivano i tre
    aiutanti da campo militari; il presidente gli riferisce che non era il
    momento per confidare negli uomini in divisa e gli chiede di ritirarsi
    dalla Moneda. Il presidente, però, si congeda con affetto dal
    comandante Sánchez, che era stato il suo aiutante da campo per
    l’Aviazione per molti anni.
    Poco dopo il ritiro degli aiutanti di campo e degli alti ufficiali dei
    Carabinieri, il tenente a capo della Guarnigione dei Carabinieri del
    Palazzo Presidenziale, ubbidendo agli ordini del comando, invia un
    carabiniere a percorrere l’edificio, impartendo, ai membri della
    guarnigione, l’ordine di ritirarsi. Questi immediatamente cominciano
    ad abbandonare La Moneda, portando via parte del loro armamento. I
    blindati dei Carabinieri, che fino a quell’istante erano posizionati a
    difesa del palazzo, fanno lo stesso.
    Un gruppo di dieci carabinieri, accompagnati dal latore dell’ordine di
    ritirata e compiendo, senza dubbio, degli ordini, mentre si ritira
    dalla scala principale e già prossimo all’uscita, punta i fucili e
    tenta di sparare contro il presidente. Ma sono energicamente respinti
    dal personale della scorta. Questi i sono i primi spari che si
    scambiano con i golpisti.
    Mentre accadono questi fatti, numerosi ministri, sottosegretari,
    assessori, le figlie del presidente, Beatriz e Isabel, ed altri
    militanti dell’Unità Popolare, arrivano al palazzo per stare con il
    presidente in queste ore critiche.
    Approssimativamente alle 9 e 15 della mattina, si verificano le prime
    raffiche dall’esterno contro il Palazzo. Truppe fasciste della
    fanteria, superiori a duecento uomini, avanzano per le strade Teatinos
    e Morandé, ai due lati della Piazza della Costituzione, verso il
    Palazzo Presidenziale, sparando contro l’ufficio del presidente. Le
    forze che difendono il palazzo non superavano i quaranta uomini. Il
    presidente ordina di aprire il fuoco contro gli attaccanti e
    personalmente spara contro i fascisti, che retrocedono
    disordinatamente con numerosi caduti.
    I fascisti, allora, introducono i carri armati nel combattimento,
    appoggiati dalla fanteria. Un carro armato avanza da via Moneda, un
    altro da Teatinos, un altro da Alameda con Morandé ed un altro, in
    direzione dell’ingresso principale, da Piazza della Costituzione. In
    questo istante, dallo stesso ufficio del presidente si apre fuoco con
    un bazooka contro il carro armato che era nelle vicinanze
    dell’ingresso principale, che è distrutto completamente. Altri due
    carri concentrano il loro fuoco sul gabinetto del presidente ed un
    blindato dirige le sue mitragliatrici fino alla Segreteria Privata e
    l’ufficio delle scorte. Anche vari pezzi d’artiglieria, posizionati ai
    bordi della Piazza della Costituzione, sparano contro il Palazzo.
    Il presidente percorre le diverse posizioni di combattimento incitando
    e dirigendo i difensori. La lotta violenta si prolunga per oltre
    un’ora, senza che i fascisti riescono ad avanzare di un solo centimetro.
    Alle 10 e 45 il presidente riunisce, nel salone Toesca, i ministri, i
    sottosegretari e gli assessori che sono accorsi a Palazzo per stare
    con lui. Spiega che la lotta, in futuro, avrà bisogno di dirigenti e
    quadri: tutti quelli che erano disarmati dovevano abbandonare la
    Moneda appena possibile e tutti quelli che avevano armi dovevano
    continuare ai loro posti di combattimento. Naturalmente, nessuno dei
    collaboratori disarmati era d’accordo con la proposta del presidente;
    nemmeno le figlie del presidente e le altre donne che si trovavano
    nella Moneda, si rassegnano ad abbandonare il palazzo.

    Il combattimento prosegue violento. Attraverso i citofoni del Palazzo
    i fascisti lanciano rabbiosi nuovi ultimatum, annunciando che se i
    difensori non si arrendono, avrebbero utilizzato immediatamente
    l’Aviazione.
    Alle 11 e 45 il presidente si riunisce con le figlie e le altre nove
    donne che sono nel palazzo, ordinando con fermezza di abbandonare la
    Moneda, perché non aveva senso la morte di indifesi. Immediatamente,
    chiede agli assedianti una tregua di tre minuti per evacuare il
    personale femminile. I fascisti però non concedono la tregua, ma le
    truppe cominciano ad allontanarsi di palazzo, per permettere l’attacco
    aereo. L’impasse che si produce consente alle donne di abbandonare il
    palazzo.
    Circa alle 12 comincia l’attacco dell’aviazione. I primi missili
    cadono nel Cortile d’Inverno, al centro della Moneda, perforando il
    tetto e scoppiando nell’interno dell’edificio. Nuove ondate di
    aeroplani e nuovi impatti si succedono uno dietro l’altro, invadendo
    tutto l’edificio con fumi tossici. Il presidente ordina di prendere
    tutte le maschere antigas, s’interessa della situazione delle
    munizioni ed esorta i combattenti a resistere con fermezza al
    bombardamento.
    Le munizioni dei fucili automatici della guardia presidenziale, dopo
    quasi tre ore di combattimento, sono quasi esaurite. Il presidente
    ordina, perciò, d’abbattere immediatamente la porta dell’armeria della
    Guarnigione dei Carabinieri del palazzo, dove potevano esserci armi
    della stessa. Impazientito dal ritardo sulle informazioni di dette
    armi, il presidente, attraversando il Cortile d’Inverno, si dirige
    verso l’armeria. Osserva che ci sono ritardi nell’abbattimento della
    porta e ordina l’utilizzo di bombe a mano. Si riesce ad aprire una
    breccia nell’armeria, da dove sono rinvenute quattro mitragliatrici
    calibro 30 e numerosi fucili Sik, una grande quantità di munizioni,
    maschere antigas ed elmetti.
    Il presidente ordina di portare il tutto ai posti di combattimento e
    personalmente percorre le camerate dei carabinieri, raccogliendo
    fucilo Sik e le altre armi che rimanevano. Lo stesso presidente carica
    sulle spalle numerose armi per rinforzare i posti di combattimento ed
    esclama: “Così si scrive la prima pagina di questa storia. Il mio
    popolo e l’America scriveranno il resto”, provocando una profonda
    emozione tra tutti i presenti.
    Mentre il presidente trasporta le armi dall’armeria, riprende con
    violenza l’attacco aereo. Un’esplosione rompe i cristalli delle
    finestre vicine al presidente. I frammenti di vetro lo feriscono alla
    schiena. Questa è la prima ferita che subisce. Mentre riceve le cure
    mediche, ordina di proseguire lo spostamento delle armi e non smette
    di preoccuparsi per la sorte di ognuno dei suoi compagni.
    Pochi minuti dopo i fascisti riprendono violentemente l’attacco,
    combinando l’azione della Forza Aerea con l’artiglieria, i carri
    armati e la fanteria. Secondo testimoni oculari, il rumore, le
    mitragliatrici, le esplosioni, il fumo e l’aria tossica avevano
    convertito il palazzo in un inferno. Nonostante l’istruzione del
    presidente di aprire tutti i rubinetti i bocchettoni per evitare
    l’incendio del pianterreno, l’ala sinistra del palazzo comincia ad
    ardere e le fiamme si propagano verso la Sala degli Aiutanti ed il
    Salone Rosso. Il presidente, però, non si scoraggia un solo istante,
    nemmeno nei momenti più critici, e ordina di affrontare l’attacco con
    tutti i mezzi disponibili.
    Si verifica una delle maggiori prodezze del presidente. Mentre il
    palazzo è avvolto dalle fiamme, si trascina sotto le raffiche di
    mitragliatrice fino al suo gabinetto, di fronte alla Piazza
    Constitucion, prende personalmente un bazooka, lo punta contro un
    carro armato situato in via Morandé -che sparava furiosamente contro
    di palazzo – e lo mette fuori combattimento con un colpo diretto. Poco
    dopo un altro combattente distrugge un terzo carro armato.
    I fascisti introducono, da via Morandé 80, nuovi carri blindati,
    truppe e carri armati, intensificando il fuoco sulla porta di accesso
    alla Moneda, mentre il palazzo continuava in fiamme. Il presidente,
    con vari combattenti, scende al pianterreno per respingere l’intento
    dei fascisti di penetrare nel palazzo dalla via Morandé. L’esito è
    positivo.
    I fascisti sospendono il fuoco in questo settore e, gridando, chiedono
    due rappresentanti del governo per parlamentare. Il presidente invia
    Flores, segretario generale di Governo e Daniel Vergara,
    sottosegretario all’Interno, che escono dalla porta di via Morandé e
    si dirigono verso una jeep militare, stazionata di fronte. Questo
    succede approssimativamente all’una del pomeriggio. Flores e Vergara
    conversano con un alto ufficiale che era nella jeep. Nel ritorno al
    palazzo e già vicini all’ingresso, dalla stessa jeep gli sparano a
    tradimento, Flores è ferito da un colpo alla gamba destra e Daniel
    Vergara ne riceve vari alla schiena, che lo abbattono. E’ raccolto dai
    suoi compagni, protetti dal fuoco degli altri difensori.
    I fascisti avevano chiesto di trattare per esigere ancora la resa,
    offrendo agevolazioni al presidente ed ai difensori per abbandonare il
    Palazzo e dirigersi al paese che volevano. Il presidente reitera
    d’immediato la sua decisione di combattere fino all’ultima goccia di
    sangue, interpretando non solo il suo desiderio, ma quello di tutti
    gli eroici difensori del Palazzo. Dal pianterreno resistono agli
    attacchi provenienti da Morandé, mentre l’entrata principale del
    Palazzo è già praticamene distrutta.
    Verso le 1 e 30, il presidente sale ad ispezionare le posizioni della
    piano superiore. Numerosi difensori erano già morti a cause delle
    raffiche di mitragliatrice, delle esplosioni o carbonizzati dalle
    fiamme. Il giornalista Augusto Olivares stupisce tutti per il suo
    comportamento straordinariamente eroico. Gravemente ferito, è operato
    nella sala medica del Palazzo e, quando tutti lo immaginavano a letto,
    arma in pugno è ancora al suo posto di combattimento al secondo piano,
    insieme al presidente. Sarebbe prolisso enumerare ora i nomi e gli
    atti di eroismo dei combattenti.
    Dopo l’1 e 30 i fascisti s’impossessano del pianterreno del Palazzo,
    la difesa si organizza nei piani superiori ed il combattimento
    continua. I fascisti trattano d’irrompere dalla scala principale.
    Approssimativamente alle 2, riescono ad occupare un angolo del piano
    superiore. Il presidente stava barricato, insieme a vari dei suoi
    compagni, in un angolo del Salone Rosso. Avanzando verso il punto
    d’irruzione dei fascisti, riceve un colpo allo stomaco che lo fa
    inchinare dal dolore, ma non smette di lottare. Appoggiandosi ad una
    poltrona continua a sparare contro i fascisti da pochi metri di
    distanza, finché un secondo lo colpisce al petto, lo abbatte e già
    moribondo viene crivellato di colpi.
    I membri della sua guardia personale, vedendo il presidente cadere,
    contrattaccano energicamente e respingono nuovamente i fascisti fino
    alla scala principale. Si produce allora, nel mezzo del combattimento,
    un gesto d’insolita dignità: prendendo il corpo inerte del presidente
    lo conducono fino al suo gabinetto, lo siedono sulla sedia
    presidenziale, gli collocano la sua fascia di presidente e lo
    avvolgono in una bandiera cilena.
    Anche dopo la morte dell’eroico presidente, gli immortali difensori
    del palazzo hanno resistito altre due ore ai selvaggi assalti
    fascisti. Solo alle quattro del pomeriggio, quando il Palazzo
    Presidenziale ardeva già da molte ore, si è spenta l’ultima resistenza.
    Molti si stupiranno di quello che si è appena narrato. E così è,
    semplicemente sorprendente. L’alta gerarchia fascista dei quattro
    corpi armati si era alzata contro il governo dell’Unità Popolare e
    solo quaranta uomini hanno resistito per sette ore al grosso
    dell’artiglieria, ai carri armati, all’aviazione e alla fanteria
    fascista. Poche volte nella storia è stata scritta una simile pagina
    di eroismo.
    Il presidente non è stato solo coraggioso e fermo nel compimento della
    parola di morire difendendo la causa del popolo, ma si è elevato
    nell’ora decisiva fino a limiti incredibili. La forza d’animo, la
    serenità, il dinamismo, la capacità di comando e l’eroismo dimostrati,
    sono stati ammirevoli. Mai in questo continente un presidente era
    stato protagonista di una così drammatica prodezza. Molte volte il
    pensiero inerme è stato abbattuto dalla forza bruta. Ma adesso si può
    dire che la forza bruta non ha mai conosciuto una simile resistenza,
    messa in atto nel terreno militare da un uomo di idee, le cui armi
    sono sempre state la parola e la penna
    Salvador Allende ha dimostrato più dignità, più onore, più valore e
    più eroismo che tutti i militari fascisti assieme. Il suo gesto di
    grandezza incomparabile, ha inabissato per sempre nell’ignominia
    Pinochet ed i suoi complici.
    Così si è rivoluzionari!
    così si è uomini!
    Così muore un combattente vero!
    Così muore un difensore del suo popolo!
    Così muore un lottatore per il socialismo!
    Le ultime parole del compagno presidente Salvatore Allende:
    «Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino.
    Altri uomini supereranno questo momento grigio ed amaro, dove il
    tradimento pretende imporsi. Continuate sapendo che, molto prima che
    tardi, si apriranno i grandi viali da dove passa l’uomo libero per
    costruire una società migliore.
    Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!
    Queste sono le mie ultime parole, con la certezza che il sacrificio
    non sarà vano. Ho la certezza che per lo meno, ci sarà una sanzione
    morale che castigherà la slealtà, la codardia ed il tradimento».

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