Anti gay discrimination in Berlusconi’s Italy


This video is called Italy gay pride march.

From NOS TV in the Netherlands, by Andrea Vreede, their correspondent in Italy:

Gays in cars are dangerous

13-7-2008 11:20

At least, according to the Italian government’s drivers’ licence authority. It prolonged a young Sicilian’s drivers’ licence for just one year, instead of the usual ten years; because, supposedly, the youmg man was unfit to drive. The reason? Homosexuality.

See also here.

So, Roma are not the only victims of the new Berlusconi government‘s policies of discrimination; see also here.

Berlusconi against gay rights: here. And immigrants’ rights: here.

Cartoon about conflict on gay marriage in Massachusetts, USA: here.

Italy’s communists shift left after defeat: here.

12 thoughts on “Anti gay discrimination in Berlusconi’s Italy

  1. 1.
    Un governo che calpesta, irride e violenta la costituzione
    repubblicana antifascista
    2.
    l’esercito che presidia le città, usato contro i cittadini che
    protestano, la paura della repressione e della cancellazione della
    libertà di pensiero e di parola;
    3.
    l’esistenza in vita in quanto clandestino considerata aggravante
    per qualsiasi reato e la trasformazione dei sindaci in agenti segreti
    contro gli immigrati;
    4.
    i pogrom mediatici (per ora) contro rom e immigrati in genere;
    5.
    le aggressioni fasciste contro gli omosessuali e il rinascere
    del razzismo nazileghista contro gli italiani del sud;
    6.
    il progetto di prelevare le impronte digitali (e, prima o poi,
    anche il DNA) dei cittadini;
    7.
    il riconoscimento ufficiale che non tutti sono uguali dinanzi
    alla “legge” ma che qualcuno è immune dal dovere di rispettare le leggi;
    8.
    il ripristino dell’immunità parlamentare: autorizzazione a
    delinquere da parte di un parlamento che sarà allora ufficialmente
    delinquente;
    9.
    il bavaglio contro la stampa e la “libera” informazione;
    10. il monopolio televisivo che ormai si mostra in tutta la sua
    violenza senza alcuna vergogna o pudore;
    11.
    l’insensibilità diffusa dai media di regime, per cui la vita
    dello straniero è non-vita (tanto che due poveri cadaveri di bimbe rom
    non suscitano alcuna pietà in chi continua a balneare beatamente);
    12.
    la progressiva distruzione della scuola pubblica a favore delle
    scuole private dei preti;
    13.
    l’impoverimento di tutti a favore dell’arricchimento dei soliti
    borghesi;
    14.
    l’affidamento della vita di tutti alla violenta e deturpante
    etica papalina e clericale;
    15.
    la riforma dell’ordine giudiziario che sancirà la concentrazione
    nelle medesime mani oltre che del potere legislativo e di quello
    esecutivo (come avviene già adesso) anche del potere giudiziario.

    berlini1 Che altro manca per parlare di dittatura? Che altro serve per
    dire che in questo paese non c’è libertà, non c’è garanzia, non c’è
    democrazia? Gli italiani si accorsero di chi fosse Mussolini soltanto
    dopo il delitto Matteotti, ma era già troppo tardi. Possiamo evitare
    che si sparga del sangue (e non solo metaforicamente)?
    L’Italia di oggi, pochi mesi dopo le elezioni, è questo deserto privo
    di libertà.
    Cosa diventerà dopo un anno di dittatura? cosa diventerà dopo cinque
    anni di dittatura? cosa diventerà dopo dieci o venti anni di dittatura?

  2. Sono un golpista, giustizialista e culturalmente arretrato,
    ma francamente – me ne infischio

    di [delegato PRC] Franco Ferrari

    Il Congresso del PRC è finito. Ha prevalso, seppur di poco, una
    proposta politica che ha unito tutte le mozioni tranne quella di
    Vendola. Convergenza che ha consentito l’elezione di Paolo Ferrero a
    segretario del Partito.

    Ero tra i delegati che hanno sostenuto questa opzione. Non poteva che
    essere così essendomi riconosciuto dall’inizio nella mozione
    “Rifondazione Comunista in Movimento”. Dagli interventi degli
    esponenti della seconda mozione prima e durante il Congresso ho potuto
    apprendere di essere – fondamentalmente – un golpista e un
    giustizialista e soprattutto di essere “culturalmente arretrato”.

    Un golpista perché ho condiviso l’idea che il Segretario nazionale e
    la segreteria dovessero presentarsi dimissionari dopo il tracollo
    elettorale. Ma soprattutto che andasse evitata qualsiasi operazione
    che determinasse nei fatti un processo irreversibile di superamento di
    Rifondazione Comunista, così come era stato annunciato pubblicamente
    nei mesi precedenti e con più forza durante la campagna elettorale.

    Un giustizialista perché mi sembrava corretta l’idea di partecipare,
    seppur criticamente, alla manifestazione di Piazza Navona contro la
    politica di Berlusconi sulla giustizia. L’attacco a Piazza Navona e a
    Di Pietro sono diventati uno dei tratti distintivi degli interventi
    dei sostenitori della mozione due al Congresso. Nemmeno Berlusconi ha
    ricevuto tante contumelie.

    La mia opinione è che su questo punto i dirigenti della seconda
    mozione sono andati persino al di là del ridicolo. Si poteva del tutto
    legittimamente dissentire sulla partecipazione alla manifestazione di
    Piazza Navona, peraltro una delle poche iniziative di opposizione al
    governo che si siano viste dopo le elezioni. Ma si è arrivati al punto
    di presentare Di Pietro come un infrequentabile reazionario (basti
    risentire l’intervento di Migliore). Non tanto sulla base del merito
    della manifestazione romana contro Berlusconi, quanto di cose dette e
    fatte negli anni scorsi, come ad esempio il voto contrario
    all’istituzione della Commissione sul G8 di Genova.

    La lunga lista delle malefatte di Di Pietro, finiva regolarmente con
    la domanda retorica: “che cosa c’entriamo noi con Di Pietro?”. Domanda
    curiosa visto che con Di Pietro abbiamo costituito l’Unione e poi
    siamo stati insieme al Governo. Come mai non ci siamo accorti di stare
    insieme ad un pericoloso populista di destra per tutto quel tempo?
    Perché non l’abbiamo considerato un infrequentabile quando votò contro
    la Commissione per Genova (anzi saremmo stati disponibili a stare
    altri tre anni al governo con lui) e oggi pensiamo che non si possa
    fare insieme, e ognuno nella propria autonomia politica, una battaglia
    comune contro alcune delle leggi di Berlusconi?

    O forse si ritiene che sia giustizialista opporsi alle leggi di
    Berlusconi sulla giustizia? Eppure non siamo in presenza solo di norme
    “ad personam”, di autotutela personale, siamo di fronte alla
    realizzazione di una idea compiuta di giustizia di classe. Una visione
    della giustizia nella quale la Magistratura è riportata ad essere
    strumento di tutela quasi esclusiva delle classi dominanti. Perché non
    dovremmo opporci a tutto questo?

    Golpista, giustizialista, ma soprattutto culturalmente arretrato.
    Questa è stata la chiave di tutto il giudizio politico di Vendola e
    dei suoi durante e soprattutto alla fine del Congresso quando si
    delineava la loro sconfitta. Chi non condivide l’idea che sia finita
    l’esperienza della rifondazione “comunista” e si apra la stagione
    della rifondazione “della sinistra” non è semplicemente uno che
    propone un’altra strategia politica (magari sbagliata e da contestare,
    ma legittima) ma è un “arretrato”, uno rimasto al novecento, un
    nostalgico, un identitario che si vuol chiudere nel fortino e via
    banalizzando.

    Questo armamentario dialettico, per chi ha vissuto la fine del PCI,
    non è inedito. Erano le stesse cose che ci dicevano allora gli
    occhettiani e i miglioristi (non nel senso di seguaci di Gennaro
    Migliore). In questo modo si cancellano le ragioni dell’altro a
    prescindere dai contenuti. Non c’è più confronto fra due (o più)
    strategie politiche ma è il “culturalmente arretrato” che non si piega
    al “destino manifesto” mostratogli dal “culturalmente avanzato”.

    Alla fine del Congresso, Vendola e i suoi hanno dichiarato – più o
    meno alla lettera -”la storia di Rifondazione siamo noi”. Il Marchese
    del Grillo in uno stile sicuramente rimproverabile di “plebeismo”
    avrebbe tradotto in “Mi dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete n’cazzo!”.

    Colpito anch’io dal virus dell’arretratezza culturale posso consolarmi
    pensando che, conti alla mano, fra il Congresso di Venezia e quello di
    Chianciano sono fra gli 8.000 e i 10.000 gli iscritti di Rifondazione
    Comunista che allora si riconobbero nella proposta di Bertinotti e
    oggi hanno voltato le spalle a Vendola. Sicuramente per ragioni
    politiche, ma anche perché colpiti sempre più negativamente
    dall’arroganza di un gruppo dirigente che non accetta nemmeno di
    misurarsi alla pari con proposte politiche diverse dalle proprie ed
    eventualmente di perdere.

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